PREAMBOLO

La crisi del modello biomedico in tutte le aree specialistiche sanitarie risulta ripetutamente ribadito da molti decenni, sulla base della graduale perdita, nei contesti di cura, della componente umana nella relazione terapeutica a favore di un’estremizzazione della biotecnologizzazione e di un assetto pragmatico aziendalistico centrato sui risultati, sulla monetizzazione, sulla produttività, sulla efficienza, sul taglio dei costi,  che porta, non infrequentemente, a far sì che la tecnica abbia il sopravvento sulla relazione inter-personale e quindi sulla umanità delle cura stessa. 

Una cultura orientata ai compiti tende, infatti, a privilegiare il raggiungimento degli obiettivi rispetto all'assistenza interferendo sulla necessaria attenzione alle dimensioni psicologiche e spirituali della sofferenza del paziente come persona. Induce, inoltre, a favorire modelli di cura che valorizzano il “fare” piuttosto che il “riflettere”, perdendo di vista la natura olistica dell’esperienza del paziente. Ciò è chiaro nelle parole del bioeticista e medico internista Edmund Pellegrino che, in maniera preoccupata, sottolineava oltre vent'anni fa,  come “I medici non possono ignorare i numerosi attacchi alla dignità umana, sia intrinseca sia attribuita, che vengono dati per scontati nei luoghi burocratizzati, commercializzati e impersonali in cui gli ospedali sono, troppo spesso, diventati. […] Un più ampio senso collettivo di responsabilità condivisa, oppure la “disumanizzazione”, la “spersonalizzazione” o l’“alienazione” che i malati avvertono nelle odierne istituzioni sanitarie e assistenziali, devono ricadere sul medico. […]. Su queste basi, Ivan Cavicchi, rispetto al modello ippocratico – che come notoriamente viene spesso ribadito, prevede un interesse per la persona affetta da una determinata malattia prima ancora che della malattia che affligge una determinata persona – indica che il ruolo del medico di oggi è “una sorta di ippocratismo simbionico dove, cadendo la contrapposizione tra naturale e artificiale, tra medico e macchina, il medico è diventato (in misura certamente diversa da medico a medico), una sorta di ibrido ippocratico e tecnologico”.

Ciò determina una necessità imperativa di ritorno all’uomo, secondo una riorganizzazione del sistema che riporti al centro la persona – o, meglio, la relazione terapeutica – allo scopo di “umanizzare” o “ri-umanizzare” le cure, benché questi concetti non siano scevri da rischi di inflazione concettuale e da critiche, potendo rappresentare una ennesima dichiarazione di intenti non seguita da fatti. 

Se, tuttavia, l'Umanizzazione delle cure è “strategia fondamentale per rispondere in maniera innovativa e sinergica al contesto sociale ed epidemiologico e alle nuove richieste e ai bisogni di salute della popolazione, che richiedono un adeguamento delle risposte assistenziali sia sul piano clinico sia su quello organizzativo-gestionale” (Burrai et al., 2020), è evidente chele azioni da mettere in campo hanno lo scopo di promuovere un cambio di paradigma nella filiera della salute, costruito interamente sulla persona/paziente, ridando centralità alla dimensione umana. Come scrive Luigina Mortari, nella parte introduttiva della Carta di Udine, “gli orientamenti che costituiscono i driver della società attuale – individualismo, logica mercantile, scientismo e burocraticismo - non devono mai intaccare le scelte che orientano la politica sanitaria, che sempre deve mettere al centro la salute dei pazienti e la qualità della vita dei professionisti della salute.” 

È quindi necessario rivogersi "[...] a tutti gli operatori sanitari […] garantendo la presa in carico globale del paziente e investendo nel benessere della persona. Per realizzare questo ambizioso progetto è necessario che la squadra dell’ecosistema della salute comprenda diverse figure professionali e nuove competenze da affiancare agli operatori sanitari: informatici, statistici, ingegneri gestionali, ingegneri clinici, ingegneri fisici, sociologi, biotecnologi, giuristi, economisti, project manager, rappresentanti del terzo settore e tutte le figure che cooperano alla costruzione della Medicina a 5 P (Preventiva, Predittiva, Partecipativa, Personalizzata, di Precisione)”.

Per tali motivi è necessaria una  formazione adeguata.  Quando nel 2018 organizzammo a Ferrara l'evento Dignity-in-Care e  i percorsi di cura nella dignità: le esperienze italiane, primo incontro nazionale del Network Italiano della Dignità nella Cura (NiDI) fondato nel 2015, avevamo bene in mente che l’applicazione degli interventi orientati alla dignità e alla cura della dignità, in vari contesti, quali la geriatria, la psichiatria, l’oncologia, la medicina palliativa, il carcere,  poteva avere luogo se fosse stato definito un progetto formativo specifico nelle aree sanitarie. È su questi presupposti che abbiamo considerato importante che il tema della formazione, appunto, da esprimere longitudinalmente, nei corsi di laurea e post-laurea, fino a quelli inerenti alla formazione continua dei professionisti debba essere la dorsale portante del  III Evento Nazionale degli Stati Generali sulla Umanizzazione delle Cure e il Benessere Organizzativo, che si terranno a Ferrara il 18 e 19 Dicembre 2026 e cui abbiamo deciso di dare il titolo UmanoCentrismo e Cura: La Formazione per la Salute Globale della Persona.

Sarà un’occasione importante di dialogo con altri movimenti che in Italia si stanno impegnando in questa direzione e che hanno l’obiettivo comune di ridare senso e significato ad una assistenza che si rivolge all’uomo e alla persona. Ed è un’occasione unica per creare, tra tali movimenti, collaborazioni e strategie che si intersechino tra loro e si potenzino vicendevolmente. È il caso del movimento dei Grandi Ospedali o di Dignitas Curae e, evidentemente, dell’Università, preposta alla formazione dei futuri professionisti e oltre che alla ricerca e alla assistenza.  Sarà tale ponte, riprendendo quanto indicava Heidegger, a creare il luogo dell’agire e del pensare, poiché è il ponte che crea i luoghi e che, senza il ponte, tali non sarebbero.

RAZIONALE

L’Umanizzazione delle cure è definita come la “capacità di rendere i luoghi di cura e le pratiche medico assistenziali aperti, sicuri e senza dolore, conciliando politiche di accoglienza, informazione e comfort con percorsi assistenziali il più possibile condivisi e partecipati con il cittadino (Ministero della Salute). Si configura come un “approccio programmatorio ed organizzativo che adotta la prospettiva degli individui, delle famiglie e delle comunità e guarda a loro sia come beneficiari sia come partecipanti attivi di sistemi sanitari, che rispondono ai loro bisogni e preferenze con un approccio umano e olistico(World Health Organization). 

Dall’ampia letteratura inerente alla medicina della persona (Paul Tournier, 1940) e ai modelli applicativi biopsicosociali proposti per modificare l’approccio in ambito medico e sanitario (George Engel, 1977), diverse lacune sono restate e restano in questo ambito, nonostante l’impegno a definire i parametri specifici su cui re-impostare i contesti assistenziali ospedalieri e territoriali.

Per questo, è divenuto sempre più necessario essere formati a processi e a modalità che superino il biotecnologismo fine a sé stesso, la burocratizzazione e lo stile di anomia relazionale, che già Karl Jaspers indicava come grave rischio del medico nell’età della tecnica (1958). È necessario, cioè, che l’ambito sanitario e, in generale, tutti i sistemi organizzativi, siano centrati sul fatto che tutti siamo persone e che l’UmanoCentrismo – quindi la dignità della persona – è elemento vitale senza il quale i sistemi, sanitari e non, sono destinati al collasso.

La formazione all'Umanizzazione delle cure è allora una priorità imprescindibile, poiché porre nuovamente al centro la relazione interpersonale nel percorso terapeutico prevede che si valutino e si diano risposte sia ai bisogni pratici e materiali, ma anche a quelli psicologici, sociali e spirituali. Ciò deve essere alla base dei sistemi di cura su cui costruire la medicina nell’età moderna. Lo sviluppo di competenze relazionali, incluse le “tecniche” di apprendimento dell’empatia e delle abilità comunicative di base e complesse, della gestione delle emozioni, dell’etica relazionale e dell'attenzione alla spiritualità, ne sono gli strumenti operativi. Questi devono esprimersi nelle varie espressioni con cui ci si muove in questa ampia area, tra cui  la stessa Umanizzazione delle cure, intesa come processo pratico-relazionale, la Health Care Humanizing nella cura, come strumento operativo, nelle Medical Humanities e nella Medicina Narrativa come approcci culturali e formativi, orientati alla dignità e all’implementazione dei valori personali (il noto, quanto ovvio concetto de “la persona oltre la malattia”).  

A tutto questo si aggiunge la necessità di un’attenzione al contesto organizzativo, creando luoghi di cura confortevoli e un'organizzazione ospedaliera che riduca la burocrazia e lo stress del paziente (Ambiente e Organizzazione), promuovendo il benessere organizzativo e la formazione degli operatori sanitari sulle competenze relazionali (Formazione e Benessere) e coinvolgendo diverse figure professionali, inclusi volontari e caregiver e altri pazienti (peer-to-peer), per garantire un intervento globale multi- e, soprattutto, interdisciplinare.

Se l’UmanoCentrismo e l'Umanizzazione delle Cure devono di necessità comprendere l’area sanitaria, a questa tuttavia non si devono limitare, considerando che il benessere organizzativo riguarda qualunque contesto, intendendosi la cura– in quanto attenzione all’altro e preoccupazione per l’altro – come elemento comune a qualunque relazione interpersonale.


OBIETTIVI

Obiettivi del III Evento Nazionale  degli Stati Generali Itineranti sull'Umanizzazione delle Cure e il Benessere Organizzativo sono: